Terre Arnolfe: tra colline e fresche acque

L’Umbria è da sempre considerata una terra di Santi e di grandi Signori feudatari.

Nelle vie dei suoi borghi viene sussurrata una storia che è fatta di guerre, di scorribande, di amori e di cavalieri pronti a battersi per i propri possedimenti. Da Perugia a Terni, passando per Narni, fino ad arrivare alle porte della regione, c’è una storia meravigliosa da raccontare di cui Acquasparta è il cuore.

Adagiata tra dolci colline e sorgenti di acque minerali che la rendono famosa non solo in Italia, ma in tutto il mondo, Acquasparta deve la sua fama a diversi signori che si sono succeduti al suo comando nel corso dei secoli.

Il primo, uno dei più importanti è senza dubbio il Conte Arnolfo di Carinzia, quello a cui Ottone I assegnò alcuni territori della bassa umbria che comprendevano, oltre al borgo di Acquasparta, anche Montecastrilli, Avigliano Umbro e, forse, Farnetta. Tuttavia, gli Arnolfi controllavano dall’area montuosa a nord di Spoleto fino ai confini di Amelia. Un territorio incredibilmente esteso e ricco che fu ceduto alla Chiesa da Enrico II ultimo Re di Germania. Con questo patto, i discendenti del Conte Arnolfo, divennero a tutti gli effetti i vassalli della Chiesa, ma continuarono a controllare la zona su cui avevano regnato per numerosi anni.

É il periodo in cui Arnolfo e i suoi discendenti controllavano queste terre che si assistette al fenomeno dell’incastellamento, ossia quel processo che permise l’accentramento della popolazione in zone fortificate, con lo scopo di proteggersi dalle invasioni barbariche in modo più efficiente. É per questo che nei territori sopra citati, ma anche nelle zone vicine ad Acquasparta – basti pensare a Montalbano o a Casigliano – vi sono numerosi piccoli castelli.

Delle Terre Arnolfe la capitale era la città di Cesi, posta a metà tra Acquasparta e Carsulae, che merita certamente una visita.

 

CESI, CAPITALE DI UN FEUDO NELL’UMBRIA: TRA STORIA E LEGGENDA

Cesi, piccolo centro abitato non troppo distante dal borgo di Acquasparta, conserva una storia a volte ambigua, di certo affascinante.
Già sull’etimologia del nome, storici e studiosi non si trovano d’accordo: qualcuno vuole attribuire il nome alla famiglia Cesi, tutt’oggi presente sul territorio grazie ai discendenti che occupano il Palazzo di famiglia, ma sappiamo che nel periodo in cui la cittadina nacque, i Cesi si chiamavano ancora Equitani o Chitani, quindi l’ipotesi è poco probabile.
Più probabile è invece il riferimento alla parola latina “caedere” seppur in entrambi i significati attribuitigli:
“tagliare a pezzi, o massacrare” come suggerisce Livio, sostenendo che in questa zona gli antichi romani facessero strage di uomini
“tagliare” come invece suggerisce Plinio, asserendo che in quella zona era proibito tagliare gli alberi o il bosco, perchè utili a trattenere sassi e terra evitando così smottamenti che avrebbero potuto mettere in pericolo le case.
Più recentemente, il professor Farinacci studioso delle antiche popolazioni celtiche, sostenne che il nome derivasse da una caratteristica fisica che accomunava tutti gli abitanti locali: gli occhi verdi. Un detto, tutt’ora usato, dice infatti “cesani de cesi c’hanno l’occhi de lu gatto”.

Nonostante la discordanza sull’etimologia del nome, tutti gli storici e gli studiosi sono concordi nell’affermare che Cesi venne edificata a seguito dell’abbandono della vicina Carsulae distrutta, pare, da un fortissimo terremoto che impedì alla città di risorgere. L’ipotesi, dunque, delle invasioni barbariche che misero a ferro e fuoco la città, sembra essere del tutto infondata.

Quel che è certo, tuttavia, è che le terre tra Terni, Narni e Spoleto appartenevano agli Arnolfi e che vennero date alla chiesa nel 1042, grazie ad un trasferimento di proprietà voluto da Enrico II.
Il nome degli Arnolfi “nos omnes Arnulphi” è rintracciabile anche nei documenti relativi ad una donazione fatta ai monasteri di Montecassino e di Farfa verso la fine dell’anno Mille e che interessava la chiesa di Sant’Angelo, presente nella parte bassa di Cesi di cui oggi non rimane quasi nulla poiché completamente rimaneggiata durante i secoli successivi.
Successivamente, nella parte alta della cittadina venne edificata la chiesa di Sant’Andrea e, nello stesso periodo, la Rocca di Cesi posta sul culmine del monte Eolo.

La Rocca è nominata in diversi documenti Duecenteschi, specialmente quelli in cui papa Innocenzo III, costrinse il duca Corrado di Spoleto a restituire alla Chiesa le Terre Arnolfe, la Rocca di Cesi, il Ducato di Spoleto e le rocche di Gualdo e Assisi ed una volta tornato proprietario di quei territori stabilì che la Rocca di Cesi fosse custodita e difesa dai soldati.

In questo stesso periodo la città di Todi tentò di espandersi, minacciando la zona di Porcaria (oggi Portaria) e che Porcaria faceva parte delle Terre Arnolfe, di proprietà della chiesa, come dimostravano i balvi del rettore della rocca di cesi che, ogni anno, vi raccoglievano i frutti della terra.
Questo ci conferma come Cesi, in quel periodo, fosse senza ombra di dubbio la capitale delle Terre Arnolfe, in quanto era proprio lì che risiedeva la massima autorità nominata direttamente dalla curia romana.

Sappiamo, dai documenti del Contelori e del Milj quali sono le zone che facevano parte della denominazione delle Terre Arnolfe: “dalla contea denominata Terrarnolfa che si estendeva in lunghezza quindici miglia e altrettante in larghezza, si contarono in essa nei secoli undicesimo e dodicesimo: Sangemino, Cesi, Portaria, Acquasparta, Massa e le castella di Macerino, Castiglione, Purzano, Acquapalombo, Appecano, Balduini, Fogliano, Rapicciano, Collecampo,Cisterna, Scoppio, Fiorenzuola, Massenano, Arezzo, Palazzo, Rivosecco, Poggio, Villa S. Faostino, Casigliano, Montignano, Mezzanelli, Castel del Monte, Configni, Quadrelli, Cicigliano, Montecastrilli ed altre parecchie castellette e villarelle di minor conto, sparse di qua e di là, alcune delle quali non più sussistono”.
Quel che è certo è che la lista, nel corso dei decenni, si è andata lentamente a modificare, perdendo territori e annettendone altri, soprattutto per quel che riguarda i castelli al confine con Todi e Spoleto che, spesso e volentieri, riuscivano seppur per brevi periodi ad annetterli ai loro territori.
Intorno alla fine del Duecento (1276) venne emanato un vero e proprio Statuto, atto a dare unità giuridica e comportamentale a terre vicine ma sostanzialmente diverse tra loro negli usi e nei costumi. Si tratta di uno statuto rurale in quanto presenta pochi articoli e prospetta un’organizzazione della vita sociale molto semplice che non prevede Corporazioni di arti o mestieri, elementi tipici di uno statuto cittadino.

Il Trecento è un secolo di transizione per l’Italia e, conseguentemente, anche per le Terre Arnolfe che visse sulla propria terra l’assenza dei Papi che si trasferirono in Francia, ad Avignone, per più di settant’anni e l’anarchia prodotta dallo Scisma che scatenò irruzioni e rivolte in tutte le terre pontificie.
Nel primo decennio del Trecento, alcuni castelli facenti parte delle Terre Arnolfe passarono sotto il controllo di Todi, città che senza dubbio prometteva protezione in cambio di un impegno economico non proprio indifferente, ma che di quel periodo valeva indubbiamente il sacrificio.
Ulteriori agitazioni interne al controllo di Cesi e delle terre rimaste, permisero a Todi di estendere la propria supremazia fino a Sangemini, che venne conquistata nel 1328 grazie all’alleanza tra Sciarra Colonna e Francesco Berardo di Chiaravalle, capo dei ghibellini di Todi.
Verso la seconda metà del secolo i Pontefici cercarono inutilmente di riprendersi le terre perdute, ma senza successo, lasciando una situazione di confusione di cui approfittarono gli Orsini, che infeudarono le Terre Arnolfe.
Gli Orsini, famiglia sempre fedele alla Chiesa, governò per qualche decennio, almeno fino alla fine del secolo quando invece troviamo come Rettore delle Terre Arnolfe il fratello di papa Bonifacio IX.
Tuttavia gli Orsini mantennero qualche diritto anche ne secolo successivo, poiché ritroviamo un documento in cui Paolo Orsini offriva la terra di Cesi alla città di Spoleto. Uno scambio che non avvenne mai, poiché era impossibile cedere beni appartenenti alla Chiesa.

La fine dello scisma, nel 1417, calmò lentamente la situazione che in quel momento era diventata impossibile da gestire.
Nel 1420 il pontefice venne a patto con Braccio Fortebraccio che nel frattempo si era impossessato di tutta l’Umbria meridionale, nominandolo Vicario generale.
Nel 1433 Cesi fa atto di sottomissione a Todi ed è in questo momento che i Cesi entrano nella cittadina con Ser Nicolò di Paolo da Cesi e Ser Pietro Paolo Ghitani Cesi.
Eppure Cesi non avrà pace per tutto il secolo, essendo al centro di dispute e atti di insubordinazione almeno fino al Cinquecento quando, ufficialmente, si disfecero.

IL TERRITORIO OLTRE LE TERRE ARNOLFE

Del territorio di Acquasparta fanno parte una serie di piccole frazioni che, tutt’oggi sono un’interessante meta turistica dove scoprire la storia del territorio anche attraverso esperienze enogastronomiche.
Oltre al comune di Acquasparta, troviamo nelle zone limitrofe altre splendide cittadine legate tra loro da legami di parentela tra le nobili famiglie che le controllavano o che vi abitavano.

IL CASTELLO DI CONFIGNI

Una delle frazioni più suggestive di Acquasparta, è senza dubbio Configni, che la sorveglia da una dolce collina ad ovest del borgo.
Configni venne edificata in epoca medievale, probabilmente poco dopo la Rocca di Montalbano e, come quest’ultimo, entrò a far parte delle Terre Arnolfe intorno all’anno Mille.
Nel 1200 firmò un documento di sottomissione a Narni, offrendo un cero per la festa di San Giovenale. Non è chiaro come mai venne sottoscritto un patto del genere, forse per essere protetti da Todi e dalle sue mire espansionistiche verso le Terre Arnolfe.
Intorno al 1629 venne occupato dagli Orsini i quali, nel corso della loro breve permanenza lo fortificarono per poi passarlo nuovamente a Narni su ordine di papa Clemente XI intorno alla prima metà del Settecento.
Del vecchio castello rimangono oggi i resti delle due rocche di modeste dimensioni e parte della cinta muraria. Nella passeggiata che da Acquasparta porta a Configni, ci si imbatte invece in due fontanili: la fontana del Confino, datata 1820 e la fontana di Configni, che serviva a portare acqua al castello durante la prima guerra mondiale.

IL CASTELLO DI MONTALBANO

Edificato sul crinale del primo sistema collinare che si incontra ad ovest della Flaminia, comincia a comparire nei primi documenti ufficiali solo intorno all’anno Mille, anche se probabilmente vi era un qualche insediamento già nei secoli precedenti, come è testimoniato da numerosi resti di strutture quali ville, fattorie…etc.
In possesso dell’Abbazia di Farfa, entrò a far parte delle Terre Arnolfe poiché venne compreso nella donazione che Ottone I fece al Conte Arnolfo anche se Monte Albano non è esplicitamente citato nel documento ufficiale. Alla morte del Conte, il territorio venne suddiviso in due, come due erano i rami della famiglia: i Rapizzone da un lato e gli Albertini dall’altro. Questi ultimi, nobili di Todi, ereditarono il possedimento di Monte Albano il quale condivise con la città usi, costumi e vicissitudini storiche. Tra queste anche il ritorno alla Chiesa alla fine del Trecento, per poi essere acquisito dai Farnese nella seconda metà del Cinquecento.
La permuta che interessò il territorio di Acquasparta che passò dai Farnese ai Cesi, i quali ne rimasero proprietari almeno fino al 1629 quando passò agli Orsini rimanendo, sostanzialmente, in famiglia.
Nel 1669 abbiamo documentazione di un contenzioso che interessò il Duca di Acquasparta e la città di Todi sui diritti della villa di Montalbano. Il Duca ne sosteneva la stretta dipendenza al suo feudo, ma Todi ne rivendicava la proprietà. La disputa durò a lungo e venne definita solo grazie all’intervento dell’autorità camerale di Roma.
Nella prima metà del Settecento venne unita alla parrocchia di Configni, poco distante e facente parte del territorio di Acquasparta. In seguito, a causa della morte dei vari esponenti della casata Cesi, il territorio passò a Giacomo Cesi del ramo di Narni che ne divenne unico proprietario e che la trasformò, lentamente, in un grande podere agricolo, smettendo la sua funzione difensiva.
Eppure, nel 1831 divenne nuovamente teatro di uno scontro violentissimo tra le truppe pontificie e i rivoluzionari al comando di un ex ufficiale di Napoleone: Sercognani.
Il podere rimase comunque di proprietà della famiglia Cesi che la concesse a Giuliano Olivelli la cui famiglia, per decenni, ne curò gli interessi fino ad acquisirne la proprietà manenendola fino al Novecento.
E’ proprio nel secolo scorso che Montalbano si distinse dagli altri poderi per essere uno dei maggiori centri agricoli del territorio, ospitando le famiglie dei coloni che vi lavoravano le terre.
Nel corso dei decenni Montalbano ha cominciato a spopolarsi, fino ad essere completamente abbandonato nel 2001 dall’ultima famiglia che vi risiedeva.
Oggi il castello è in fase di ristrutturazione dopo essere stato acquistato da un privato.
Rimane comunque uno dei luoghi più belli del territorio di Acquasparta, facilmente raggiungibile a piedi grazie ad una bella passeggiata nelle campagne del circondario.

SAN GIOVANNI IN BUTRIS

Anticamente era detta S. Giovanni de Buttis, nome forse derivante dal fatto che la chiesa sorgeva su due archi, buttis appunto, che costituivano il ponte romano sotto il quale passava il fiume Naia.
Poco distante passava la Via Flaminia che conduceva a Carsulae città della quale si poteva scorgere fin da lì la sagoma dell’imperioso Arco di San Damiano, ingresso della città.
Non sappiamo se in epoca romana sorgesse un piccolo insediamento, ma non è un’ipotesi da escludere.
Nel XV, diventa comunque un luogo importante grazie all’edificazione della chiesa dedicata a San Giovanni Battista e del piccolo ricovero adiacente, di proprietà dell’Ordine Ospedaliero dei Cavalieri di Malta.
La Chiesa di S. Giovanni di Budes, di stile romanico, è una delle tante presenti nel territorio che si affaccia sulla Flaminia da Carsulae a Massa Martana. Vogliamo ricordare le più vicine come S. Maria Assunta in Quadrelli, S. Bartolomeo in Casteltodino, S. Lucia sempre nel territorio di Acquasparta ad est della Flaminia, l’abbazia di Villa S. Faustino, S. Maria in Pantano e SS. Terenzio e Fidenzio nel Comune di Massa Martana.
Questo edificio sacro cristiano costruito su di un ponte di una strada consolare romana di oltre duecento anni antecedente l’era cristiana, ci sta a ricordare il faticoso e fertile connubio, faticosamente realizzatosi tra cristianesimo e paganesimo, tra mondo latino – cristiano e mondo germanico.

PORTARIA

Nota con il nome antico di Porcaria, probabilmente per i numerosi pascoli di maiali presenti in zona e facente parte delle Terre Arnolfe, venne donata nel 1093 all’Abbazia di Montecassino da parte di un discendente del Conte Arnolfo.
Nel 1499 ospitò Lucrezia Borgia e la sua corte, in viaggio verso Spoleto, per assumerne il governo: venne accolta da quattro commissari e duecento fanti spoletini. Questo legame con Spoleto, permise al piccolo Borgo di essere in qualche modo protetto dalle scorribande di truppe ternane e tuderti che cercavano il controllo di quella zona delle Terre Arnolfe.
Si suppone, inoltre, che durante il ducato di Lucrezia Borgia a Spoleto, la donna vivesse in una delle case che oggi affacciano all’interno di Piazza Verdi, anche se nessun documento attesta la veridicità della notizia.
Passò in mano ai Duchi Cesi grazie alla permuta che Gian Giiacomo Cesi fece con Pier Luigi Farnese al quale in cambio andò il Castello di Alviano.
Nel 1550 venne acquistata dalla Camera Apostolica per 6.000 scudi
Dopo essere stata parte del comune di Cesi prima e di Terni poi, tornò ad essere frazione del comune di Acquasparta nel 1929.

PARCO ARCHEOLOGICO DI CARSULAE

Carsulae era un’antica città di epoca romana che sorgeva a ridosso della Via Flaminia, poco distante da Casventus (San Gemini) ed Interamna Nahars (Terni).
I primi insediamenti si verificarono nel IX secolo a.C. e si svilupparono fino al V secolo a.C. ma è con la costruzione della Via Flaminia progettata dal console Caio Flaminio che la città ebbe una forte crescita sia sociale che economica, diventando uno dei centri più importanti della bassa umbria.
Carsulae, come molte città del periodo, divide la sua storia in due filoni: quella Repubblicana Romana e successivamente quella Imperiale.
Lentamente dal III secolo in poi Carsulae venne abbandonata per svariati motivi: la perdita di importanza del ramo occidentale della Via Flaminia da una parte e i tentativi di conquista di popolazioni barbariche, costrinsero i cittadini a ripiegare su Cesi e Casventum, fino al completo abbandono in età Medievale.
Rimase terra di nessuno per un lungo periodo, fino a che la Chiesa prima e la famiglia Cesi poi, la depredarono dei reperti più belli e suggestivi.
Oggi accanto al sito archeologico sorge un piccolo centro visite e documentazione, decdicato ad Umberto Ciotti, l’uomo che ha per primo eseguito gli scavi sulla città di Carsulae portando alla luce numerosi edifici.
Da qualche anno, invece, grazie al supporto di svariate Università anche stranieri (Macquarie e Maesh University in Australia), l’Associazione Astra Onlus, sta portando avanti interessantissime campagne di scavo che portano alla luce, di anno in anno, nuovi reperti che aiutano gli archeologi a ricostruire la storia di questa misteriosa città romana.

SAN GEMINI

Poco distante dall’attuale area archeologica di Carsulae, sorge il paesino medievale di San Gemini, costruito a sua volta sui resti dell’antica Casventum, città romana sulla Via Flaminia.
Sempre della stessa epoca è la “grotta degli zingari” posta poco fuori dal centro del borgo, chiamata così poiché somiglia ad una grotta quando in realtà si tratta di una tomba in opera cementizia. Un’altra importante eredità romana sono le cisterne, ambienti sotterranei dove probabilmente i cittadini di Casventum conservavano anche le provviste alimentari.
Famosa nel territorio nazionale per la sua acqua ricca di calcio e per questo utilizzata anche e soprattutto per bambini ed anziani. Lo stabilimento, tutt’oggi funzionante, si trova poco distante dal centro cittadino ed è affiancato dal cosiddetto “parco della fonte”, uno splendido parco dove immergersi nella natura, aperto solo in estate.
Sangemini ha ospitato per un breve periodo anche il grande Antonio Canova e ne conserva il palazzo dove l’artista ha vissuto nel periodo in cui si occupò, per volere pontificio, della progettazione e del restauro del Duomo di San Gemini, fortemente lesionato da un terremoto.
San Gemini era inoltre controllata dalla famglia Orsini, imparentata per quel ramo con la famiglia Cesi che risiedeva ad Acquasparta, grazie al matrimonio di Federico I Cesi e Olimpia Orsini, genitori del famoso principe dei Lincei Federico II fondatore dell’Accademia dei Lincei.
San Gemini, mantiene un legame importante con le materie scientifiche grazie al GEOLAB, un museo di scienze della terra dov’è possibile osservare i vari fenomeni che hanno caratterizzato il nostro pianeta, grazie a sale interattive. Adatto anche ai più piccoli, è senza dubbio una tappa obbligatoria per chi visita il borgo di San Gemini.

PONTE FONNAIA

Tornando indietro sulla Via Flaminia, in direzione Massa Martana, troviamo Ponte Fonnaia, suggestivo ponte romano datato 220 a.C. e tutt’ora in buono stato di conservazione. Venne costruito per superare il corso d’acqua del fiume Naia, oggi quasi sempre in secca e fu costruito in opera cementizia rivestito da blocchi di travertino disposti per testa e taglio, alternativamente e con una caratteristica piuttosto insolita per opere di questo genere: una forte inclinazione della vola rispetto all’asse stradale. A poche centinaia di metri dal ponte, vi è la Grotta Traiana, nota per aver restituito una catacomba cristiana, posta a ridosso della Via Flaminia: è un esempio unico, in Umbria, di strutture di questo genere.
E’ formata da una serie di gallerie sotterranee sui cui pavimenti si aprono fosse ed arcosoli destinati ai primi cristiani che, in zona, celebravano ancora segretamente i propri riti. Grazie ai materiali rinvenuti è possibile datare la catacomba tra il IV e il V secolo d.C.
Accanto alla catacomba vi sono i resti di una piccola basilica absidata con una serie di sepolture a pavimento, probabilmente costruita quando i cristiani smisero di essere perseguitati e quindi non dovettero più nascondersi.

SANTA MARIA IN PANTANO

La Chiesa di Santa Maria in Pantano è importante perchè sorge su quello che era l’antica “statius di vicus martius tudernum”: ossia una sorta di stazione sosta per coloro che viaggiavano lungo la Via Flaminia.
La statio è ricordata anche negli “Itinera picta” con delle illustrazioni e dei testi, ma oggi, dopo l’edificazione della chiesa, ne rimane ben poco. Sappiamo, tuttavia, che l’abitato si estendeva alle spalle dell’edificio e non era di grandi dimensioni.
La Chiesa, la cui leggenda vuole sia stata edificata nel V secolo dal magister militum Severo sopra i ruderi di un vecchio tempio pagano della Civitas Martana, è accolta nel vano di un edificio tardo imperiale del quale sono ancora visibili le murature laterali in opus reticulatum che ricorre anche nel muro esterno, parallelo alla stessa fiancata.
Più probabilmente la chiesa venne costruita tra il VII e l’VIII secolo aggiungendo la parte presbiteriale e quella abisdale all’edificio romano.

MASSA MARTANA

Paese posto lungo la Via Flaminia, Massa Martana è il primo borgo della provincia di Perugia, che si incontra venendo dal Sud dell’Umbria.
In epoca romana era un vicus, noto come Vicus Ad Martis, ma divenne piuttosto importante in epoca medievale, quando le nobili famiglie dei Bentivenga da un lato e i Bonaccorsi dall’altro, lo governarono prima di entrare a far parte dello Stato della Chiesa.
Famosa oggigiorno per essere il borgo che ha dato i natali alla creatrice del logo per il giubileo del 2000, Massa Martana venne quasi completamente distrutta nel 1997 da un terribile terremoto.
La preziosa opera di ristrutturazione ha restituito alla cittadinanza uno splendido borgo medievale, che tutt’oggi vale la pena visitare.

CASTELDELMONTE

Piccolo paese che sorge a poco più di cinque chilometri da Acquasparta, immerso nei monti, Cateldelmonte si trova in una posizione strategica tra Todi e Spoleto e in virtù di questo, nei secoli precedenti, fu insidiato sia dall’uno che dall’altro. Alla fine, come dimostrano le insegne della città e lo stemma dell’aquila presente sulla torre del centro storico, Casteldelmonte cadde in mano a Todi.
Oggi, del castello, rimane poco, ad eccezion fatta dei resti dell’apparato difensivo costruito durante il medioevo, come l’imponente torre cilindrica al centro della quale si apre la porta del castello, sopra la quale si erge lo stemma in pietra della città di Todi.
Il paese, oggi, è vissuto da poco più di trenta abitanti ed ospita un ostello della gioventù gestito dalla parrocchia dove si tengono colonie estive per giovani e bambini.

LA CHIESA DI SAN MICHELE

Scendendo da Casteldelmonte, sempre posta sul dorso dei Monti Martani, sorge la piccola chiesa di San Michele, visibile anche dalla E45, quando si arriva nei pressi di Acquasparta.
La Chiesa, raggiungibile esclusivamente a piedi, dopo una piacevole escursione, venne costruita nella seconda metà del Settecento grazie al contributo dei fedeli. Ne parla anche il Cancelliere Vescovile di Todi, Bonaventura Pianegiani che, nel 1867, scrive: Nell’interno dei muri, lorchè costruivasi, per devozione dei fedeli vi furono collocate entro cassettine di piombo delle reliquie di alcuni Santi Martiri e nel proseguimento della fabbrica nell’anno 1736 in un vaso di cristallo custodito da altro di terracotta vi furono messe le reliquie del legno della Santissima Croce“.
La chiesa, ormai completata la costruzione, fu benedetta il giorno 8 Maggio 1743 “nelle canoniche forme“.
Tutt’oggi, in questo giorno, la Parrocchia di Acquasparta organizza una passeggiata fino al piccolo eremo di San Michele dove, dopo la celebrazione di una messa in suffragio, viene offerta una piccola merenda.

FORESTA FOSSILE DI DUNAROBBA

La foresta fossile di Dunarobba, conosciuta anche come il bosco più antico del mondo, è stata ufficialmente scoperta negli anni Settanta, anche se Federico Cesi il Linceo e i suoi Accademici già nel Seicento ne cominciarono lo studio.
E’ infatti una pubblicazione Lincea quella di Francesco Stelluti che, con il suo “Trattato sul legno fossile minerale nuovamente scoperto” edito nel 1637 ma che raccontava gli studi avvenuti già nel 1620, quando cominciò a catalogare e studiare i legni fossili rinvenuti durante le escursioni che era solito fare con il Duca Cesi. Nell’ambiente accademico i fossili venivano curiosamente chiamati “metallofiti” a causa della loro durezza e resistenza.
Nonostante questi studi pregressi dei “metallofiti” lincei nessuno parlò almeni fino alla seconda metà del Novecento, quando invece il sito archeologico di Dunarobba cominciò a destare l’interesse degli studiosi.
I resti dei circa cinquanta tronchi di conifere visibili costituiscono un’eccezionale e rara testimonianza di alcune essenze vegetali che caratterizzavano questo settore della penisola italiana nell’arco di tempo compreso fra i 3 e i 2 milioni di anni fa, cioè nel periodo geologico noto come Pliocene.
La conservazione dei tronchi in posizione di vita e il mantenimento pressoché totale delle caratteristiche del legno originario, sono ragionevolmente ascrivibili ad un seppellimento continuo e graduale avvenuto all’interno di un’area paludosa situata sulle rive di un ampio lago. Inoltre l’area era sottoposta ad un graduale sprofondamento, cioè ad fenomeno geologico noto come subsidenza.
Le particolari caratteristiche di questo sito paleontologico lo rendono un monumento naturalistico unico al mondo e di grande rilevanza scientifica.

Le fonti dell’Amerino

Acquasparta, il piccolo borgo rinascimentale, nel cuore della verde Umbria, come suggerito dal toponimo del suo nome, è una città...

San Giovanni de Butris

Secondo una antica denominazione, la chiesa era detta di S. Giovanni de Buttis (Rationes Decimarum) nome forse derivante dai due...

Configni

Il piccolo borgo medievale di Configni si estende in una posizione strategica sul crinale a ovest di Acquasparta e per...

Parco Archeologico di Carsulae

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