25-Mura

Porta principale e le mura

Porta principale e le mura

Il centro storico di Acquasparta è protetto da una cinta muraria appartenente all’antica rocca fortificata che sorgeva al posto di quello che oggi è noto come Palazzo Cesi.

La rocca venne eretta per proteggere il borgo dai continui attacchi che venivano organizzati da Todi, Terni e Spoleto, anche a causa di una posizione geografica sicuramente allettante. Accadde poi che intorno ai primi anni del Cinquecento, dopo esser stata dichiarata libera, Acquasparta venne minacciata dalle mire espansionistiche dei Ghibellini di Todi, capitanati da Altobello da Chiaravalle. Tra il 15 e il 17 agosto, il Chiaravalle assediò le mura di cinta col fine di penetrare all’interno della città e conquistarla. Dopo essersi stabiliti sul territorio di Acquasparta, il Chiaravalle, per porre la propria signoria sul feudo, impose lo sterminio di tutti i maschi della famiglia Bentivenga, gettando addirittura i bambini dalle finestre.

Questo episodio così cruento, non fu perdonato da Papa Alessandro VI che inviò in Acquasparta un contingente di circa quindicimila uomini, per riportare il territorio sotto il controllo della Sede Apostolica. L’esercitò assediò il paese dove si erano rifugiati circa ottocento ghibellini, oltre alla popolazione ormai stremata da mesi e mesi di terrore e battaglie. Il grande disequilibrio tra le due fazioni (800 ghibellini da un lato, 15.000 soldati del papa dall’altro) diede vita ad una durissima battaglia che vide l’uso di quasi 3000 libbre di polvere da sparo, utilizzate per abbattere le mura. Quando accadde, i Chiaravalle e i suoi seguaci vennero linciati dalla popolazione esausta. Altobello, dopo esser stato trascinato lungo il Corso fino alla piazza, venne torturato dalla gente, la Sparviera gli cavò il cuore e venne poi decapitato. La testa fu inviata a Todi come un trofeo mentre il corpo, pare, fu mangiato dalla gente inferocita.

Le mura di Acquasparta, a quel punto, vennero demolite sistematicamente e le pietre vendute a chi ne fece richiesta, lasciando così il paese diroccato e praticamente disabitato e il territorio venduto alla Camera Apostolica.

chiesa_madonna_del_giglio_1

Chiesa del Giglio e Porta Vecchia

Chiesa del Giglio e Porta Vecchia

Negli Inventari n° 15 del 1774, conservato presso l’Archivio Vescovile di Todi, si legge:
La Chiesa della Madonna del Giglio è situata sotto la porta vecchia fuori della terra nei proprj beni di essa Chiesa“.
Questa Chiesa apparteneva alla Compagnia della Madonna del Giglio, costituitasi il 1°novembre del 1300 ed è la più antica tra le numerose Confraternite o Compagnie che sono nate nel secondo millennio cristiano. Aveva, oltre le finalità di culto, anche quella di accogliere i poveri e i malati nel suo “Hospitalis Sancte Marie de lilio”, costruito sul lato nord della Chiesa.
Con la confisca dei suoi beni, avvenuta con l’unità d’Italia, nel giro di 50 anni la Compagnia si è estinta.

Chiesa del Giglio

La Chiesa “si crede fondatamente esistere fin dal decimo quarto secolo”.
Tale ipotesi è confortata dall’affresco esistente al centro dell’altare e raffigurante la Madonna del Giglio con Bambino risalente, appunto, a quel periodo.

La chiesa come oggi si presenta è dell’inizio del XVII secolo e ne abbiamo conferma con la data 1617 scritta sulla pianella esterna che si trova sulla gronda, all’altezza della porta laterale (lato est o di fronte alle mura).
“Fu compita l’anno 1630 e benedetta nell’istesso anno colle facoltà di mons. Lodovico Cenci vescovo di Todi”.

La chiesa, nella forma attuale, è attribuita a Giandomenico Bianchi, noto per la costruzione, di qualche anno antecedente, del palazzo Cesi e della Chiesa del Crocifisso in Todi.
“La facciata è fatta di travertini ben lavorati”. E’ di una sola navata con cornicione intorno di mattoni. Vi sono tre archi per parte destinati alle cappelle. Di fronte l’arco maggiore e due gradini con tribuna fatta a volta e a cupola è l’altare maggiore, in legno, con figure intagliate come l’Eterno Padre ed Angeli con gigli in mano, opera di artigiani locali, probabilmente di Narni. Al centro troviamo l’affresco raffigurante Madonna col Bambino e il Giglio quasi completamente distrutto da mano barbara negli anni 70 – 80 del XX sec. Ai lati, coperti dalla cornice lignea, si intravedono altre figure di Santi, una delle quali è S. Antonio Abate.

In questa Chiesa si conservano 6 tele, una Pietà in travertino del XV sec. detta “Madonna Teutonica”. La prima tela, ora collocata sulla destra, entrando, rappresenta la Natività di Maria (XVIII sec.), restaurata all’inizio degli anni ‘90 del secolo appena concluso.
La seconda , sempre sulla destra, con effigie della Madonna SS.ma, S. Anna, S. Federico, e S. Caterina da Siena. E’ dell’inizio del XVII sec. e da alcuni viene attribuita, per lo splendido volto della Madonna, al Polinori. E’ stata restaurata, gravemente danneggiata, all’inizio degli anni ’90.
La terza, a destra all’interno del presbiterio, una Sacra Famiglia del XlX sec. che andò a ricoprire l’affresco trecentesco, che si trova nell’altare maggiore, fino agli anni 80 del xx sec.
Dall’altra parete, di fronte alla tela della Sacra Famiglia, si trova il grande quadro in cui sono effigiati S. Domenico, la Madonna SS.ma, S. Maria Maddalena, S. Caterina, con altre effigie di Domenicani in atto di adorazione con cornice di legno nero, e filetti d’oro.
Si trovava sopra dell’altare dedicato allo stesso Santo di Ius patronato della Famiglia Spada di Terni. Si conserva ancora, a metà della Chiesa entrando a sinistra, lo stemma della stessa famiglia in pietra.
Infine all’ingresso, sulla destra entrando, è stato collocato un quadro di tela proveniente dalla Chiesa di S. Antonio Abate della medesima Compagnia della Madonna del Giglio che si trovava sul lato ovest della piazza F. Cesi. Demolita la chiesa alla fine del XIX secolo, ormai fatiscente, i Confratelli collocarono in questa chiesa la tela già ricordata raffigurante “la Madonna SS.ma col Bambino in braccio, S. Giuseppe, S. Giovanni Battista, S. Antonio Abate, S. Sebastiano con alcune immagini di fratelli col sacco in atto di adorazione”. La tela si ritiene risalire alla fine del XVI secolo inizio del XVII. E’ stata restaurata all’inizio degli anni ’90.
Apparteneva alla medesima la chiesa di S. Antonio Abate e posta sull’altare dell’Addolorata “statua in travertino assai antica, rappresentante la Madonna SS.ma Addolorata col SS.mo suo Figlio in braccio morto”. Questa statua o Pietà era detta anche Madonna teutonica.

Vi sono altre immagini, di diversa grandezza, nel nostro territorio. Furono realizzate nel secolo XV con molta probabilità da Benedettini Tedeschi (da cui il nome “teutonica”) presenti per circa cento anni nelle nostre zone. Anche essa fu collocata in questa chiesa della Madonna del Giglio e nella nicchia come oggi appare al momento della demolizione della piccola Chiesa di S. Antonio Abate.

Si trova, inoltre, nella Cappella Spadaccini la tela raffigurante la SS.ma Trinità (XVI – XVII sec.) (seconda entrando a sinistra) che era nella chiesa omonima costruita nel XVI sec. e attaccata alla Chiesa di S. Francesco sul lato nord. Fu demolita, ormai fatiscente, nel 1926 con la motivazione di creare maggiore spazio alla più famosa chiesa di S. Francesco per volontà della potente famiglia Santini. La tela ci offre una iconografia, da tempo consolidata, sul mistero della Trinità.

Questa chiesa, a partire dal 19 giugno 1738, fu chiamata anche “Chiesa del Crocifisso”. Si cominciò “a venerare con particolare culto, in detta data, il SS.mo Crocifisso morto e schiodato senza croce posto ivi (in una cassa di legno) dalla pia mano di don Mattia Amadio di Mucciafora di Norcia, parroco del detto castello, sua patria Diocesi di Spoleto, missionario apostolico”.
Il crocifisso, ora ricordato, assai antico (XIV sec.), ancora esiste con relativa urna. Il crocifisso, restaurato nel 1998, fu collocato nella chiesa di S. Giuseppe e collocato a fianco dell’altare nell’anno 2000. Anche la Compagnia della madonna del Giglio aveva il suo Monte Frumentario.

DCIM104MEDIADJI_0119.JPG

Chiesa di San Francesco

Chiesa di San Francesco

La Chiesa, anch’essa posta fuori le mura di Acquasparta, fu fatta costruire, nel 1294, dal Cardinale Matteo Bentivenga d’Acquasparta, padre generale dei Padri Conventuali. In un antico documento leggiamo: “Nell’anno 1290 era in questa terra in pieno vigore la fede di Gesù Cristo, perché da questa comunità furono qua chiamati i Padri Conventuali…”.

Gli stessi vissero nel Convento costruito intorno alla Chiesa e officiarono la medesima fino alla occupazione napoleonica o, più comunemente detta, del “Governo dei Francesi”. Scacciati i padri francescani la chiesa fu custodita e officiata dal priorato di Acquasparta e il Convento verrà demolito per volontà della famiglia Santini all’indomani della Prima Guerra Mondiale. La stessa vi costruì l’albergo Amerino.
Medesima sorte toccò all’antica Chiesa della SS.ma Trinità, attaccata, nel lato Nord, alla Chiesa di S. Francesco. Rimane, dietro l’abside della chiesa, lato est, il grazioso e piccolo chiostro francescano recentemente riacquistato dal Comune e restaurato. In esso è da ammirare la splendida Sala che un tempo era certamente sede di un ospedale. La medesima è ora una splendida sala per manifestazioni culturali. La chiesa, espressione tipica dell’architettura francescana “povera”, è un esempio assai interessante di quell’arte di transizione dal romanico al gotico.

Si hanno notizie di pregevoli affreschi del XV sec. esistenti un tempo all’interno, affreschi di cui non è stato possibile trovarne tracce.
Sembrerebbe che, prima della Chiesa e del Convento, vi fosse un lebbrosario poi unito al Convento. All’interno vi è una interessante statua lignea rappresentante la Vergine col Figlio in braccio della prima metà del XIV sec., invocata da sempre, dagli acquaspartani, con il titolo di Madonna della Stella.
Di queste statue lignee ve ne sono altre sul nostro territorio, a cominciare da quella conservata in S. Maria in Camucia in Todi, quella di Collazzone, di Castel dell’Aquila.

Da notare la policromia ancora originale, la cui conservazione, forse, fu favorita dai vestiti, assai preziosi, che la ricoprivano fino a qualche decennio fa. Di essi se ne conservano una ventina e il più antico risale alla fine del cinquecento. Assai prezioso è quello donato dalla famiglia Cesi nella seconda metà del XVI sec. L’immagine di questa Madonna compare in tutta la storia di Acquasparta, specialmente in occasione di pestilenze, di terremoti, di guerre.
E’ ad essa che l’intera comunità ha fatto devoto riferimento.

Si conserva, inoltre, una tela francescana copia della celebre tela di Margheritone di Arezzo che si trova in Firenze agli Uffizi e raffigurante S. Francesco e, sui lati, noti episodi della vita del Poverello di Assisi. Da ultimo si deve ricordare l’antichissimo Crocifisso (sec. XIV), portato in questa chiesa da S. Giovanni de Budes nel 1888, a seguito dell’abbandono della stessa, dopo la confisca dei beni, da parte del Regno d’Italia, a danno dei Cavalieri di Malta.
Il crocifisso e la statua della Madonna della Stella sono ora conservati nella chiesa parrocchiale per motivi di sicurezza.

www.andreatappo.com

Viridarium

Viridarium

Il Viridarium Cesi o “Viridario Magno” è un vasto spazio verde, in parte recintato e terrazzato, situato appena fuori le mura medievali, nei pressi della Porta Vecchia o Porta Ternana.

L’area, cui si accede tramite i resti di un portale ad arco, presenta un palazzetto su tre piani di probabile impianto cinquecentesco.

La facciata mostra, al piano terra, tre fornici, due dei quali tamponati, che testimoniano l’esistenza di un originario piccolo porticato.

Sulla facciata, al culmine del secondo piano, è presente una cornice con quattro gocciolatoi a protomi leonine, che richiamano quelli presenti sulla facciata del palazzo ducale.

Analoghi gocciolatoi, posti alla stessa altezza, ma privi di protomi, parzialmente coperti dalla vegetazione, sono presenti su altri lati dell’edificio.

Nel breve tratto di muro addossato alla metà inferiore del lato destro dell’edificio, pressocchè allineato alla facciata, si apre un nicchione ricco di tartari che potrebbe aver ospitato una fontana a mostra d’acqua.

Proprio in quest’area, come testimoniato dal medico e naturalista Giovan Battista Winther, sono state piantate da Federico Cesi molte specie arboree, tra cui esemplari di Taxus baccata L, i cui campioni di piccoli rami con foglie, fiori e frutti utilizzò per la sua Syntaxis Plantaria e di Chamaerops humilis L. (palma nana), specie con fiori ermafroditi e unisessuati, che gli fornirono i campioni raffigurati nella tavola Plantae et Flores ms. 976 c. 171

Fonte: I ” Travagliatissimi negotii” e le “filosifiche fatighe” di Federico Cesi il linceo nel “combattuto ritiramento” di Acquasparta: Il Viridarum cesiano, Gilberto De Angelis