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La Valnerina e la Cascata delle Marmore

La Valnerina e la Cascata delle Marmore

Il cuore verde d’Italia batte ancora più forte nella Valnerina, dove la natura ancora oggi riesce ad esprimersi in tutta la sua magnifica bellezza. Percorsi naturalistici si intrecciano a quelli culturali, enogastronomici ed escursionistici, fino ad arrivare alle città più spirituali come, ad esempio, Cascia.

Di sicuro uno dei luoghi da visitare nel territorio della Valnerina è la Cascata delle Marmore, una delle più alte d’Europa, 165 m, suddivisa in tre differenti salti. La cascata esiste grazie al fiume Velino che nella zona di Marmore defluisce dal Lago di Piediluco per poi tuffarsi in maniera maestosa nel Nera, il fiume che arriva a Terni.

Tuttavia la cascata venne perfezionata nel periodo romano da Manio Curio Dentato che ordinò la costruzione del Cavo Curiano al fine di far defluire le acque stagnanti in direzione di Marmore facendogli compiere, quindi, un salto naturale che le avrebbe confluite direttamente nel Nera. Questa soluzione, però, generava altre problematiche relative alla grande quantità d’acqua trasportata dal Nera che minacciava l’abitato di Terni creando una controversia che andò avanti per secoli e che trovò soluzione solo nel 1422 quando, grazie all’intervento di Gregorio XII, si intervenne sul canale diminuendo il deflusso delle acque.

Un secolo dopo, Papa Paolo III, commissionò ad Antonio da Sangallo il Giovane di aprire la Cava Paolina, un nuovo canale che, tuttavia, funzionò per soli cinquant’anni.

Alla fine del secolo si giunse quindi alla conclusione di ampliare la Cava Curiana costruendo una sorta di valvola con il compito di regolare il deflusso delle acque, ma anche questo intervento causò problemi alla piana sottostante.
Nel 1787, Papa Pio VI ordinò all’architetto Andrea Vici di operare direttamente sui balzi, donando alla cascata l’aspetto odierno e risolvendo una buona parte dei problemi.

La forza dell’acqua venne usata alla fine dell’Ottocento e per tutto il Novecento come risorsa energetica, alimentando i meccanismi della neonata Acciaieria di Terni e per la produzione di energia idroelettrica.

Oggi, rimane senza dubbio l’attrattore principale non solo della provincia di Terni, ma di tutta l’Umbria, incrementando sensibilmente il flusso turistico della regione.

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Santa Maria in Pantano

Santa Maria in Pantano

La particolarità dell’attuale chiesa di Santa Maria in Pantano è il luogo in cui è stata edificata: si pensa infatti che fosse proprio quella la zona in cui si sviluppava la Statio ad Martis, ossia una sorta di stazione di posta per fornire alloggi e vitto a coloro che viaggiavano lungo la Via Flaminia.

La Chiesa sembra sorgere su un vecchio tempio pagano di cui, ancora oggi si conservano le tracce.

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Parco Archeologico di Carsulae

Parco Archeologico di Carsulae

Area Archeologica di Carsulae

Carsulae era un’antica città di epoca romana che sorgeva a ridosso della Via Flaminia, poco distante da Casventus (San Gemini) ed Interamna Nahars (Terni).

I primi insediamenti si verificarono nel IX secolo a.C. e si svilupparono fino al V secolo a.C. ma è con la costruzione della Via Flaminia progettata dal console Caio Flaminio che la città ebbe una forte crescita sia sociale che economica, diventando uno dei centri più importanti della bassa umbria.

Oggi accanto al sito archeologico sorge un piccolo centro visite e documentazione, dedicato ad Umberto Ciotti, l’uomo che ha per primo eseguito gli scavi sulla città di Carsulae portando alla luce numerosi edifici.

Da qualche anno, invece, grazie al supporto di svariate Università anche stranieri (Macquarie e Maesh University in Australia), l’Associazione Astra Onlus, sta portando avanti interessantissime campagne di scavo che portano alla luce, di anno in anno, nuovi reperti che aiutano gli archeologi a ricostruire la storia di questa misteriosa città romana.

Massa Martana

Il borgo di Massa Martana

Il borgo di Massa Martana

Il paese di Massa Martana, noto come vicus già in epoca romana, ha raggiunto un’indipendenza e una relativa importanza durante il periodo medievale quando, grazie alle famiglie nobili dei Bentivenga e dei Bonaccorsi venne governato a dovere. Di sicuro, il successivo ingresso nello Stato della Chiesa ha permesso alla cittadina di godere di buona salute per tutti i secoli a venire.

Oggi completamente ristrutturata dopo il terribile terremoto nel 1997, è famosa per aver dato i natali alla giovane donna che disegnò il simbolo del Giubileo del 2000.

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San Giovanni de Butris – Portaria – Carsulae – San Gemini

San Giovanni de Butris – Portaria – Carsulae – San Gemini

Uscendo dal centro abitato di Acquasparta e dirigendosi verso la Via Flaminia è possibile imbattersi in un tour davvero suggestivo. La prima tappa, quasi obbligatoria, è a San Giovanni de Butris, già chiesa di proprietà dei cavalieri di Malta, costruita adiacente alla via consolare più importante di Roma. Proseguendo in direzione San Gemini, si arriva ad una svolta che accompagna il turista nel piccolo borgo Medievale di Portaria, luogo che ospitò Lucrezia Borgia e la sua Corte, durante il viaggio verso il Ducato di Spoleto. Da segnalare, a maggio, l’evento di rievocazione che racconta proprio questo particolare e significativo momento storico.

Dopo aver visitato il borgo di Portaria, si può proseguire il tour verso la città romana di Carsulae, battendo il terreno che, una volta, era occupato dalla Via Flaminia.
Carsulae è un sito archeologico tra i più importanti in Italia, che conserva numerosi edifici e che oggi è oggetto di scavi che stanno portando alla luce numerose testimonianze della vita che si svolgeva in questa importante città, posta lungo la Flaminia.
Vi è un centro visite e documentazione dove sono conservati alcuni dei reperti rivenuti nell’area e un magazzino dove è possibile osservare anche i nuovi rinvenimenti.

Uscendo da Carsulae è imperativo proseguire il tour verso San Gemini, l’antica Casventum, oggi splendido borgo Medievale, famoso in tutta la nazione per la sua preziosa acqua.

Configni

Configni

Configni

Il piccolo borgo medievale di Configni si estende in una posizione strategica sul crinale a ovest di Acquasparta e per questo già intorno al XI secolo era parte del sistema di fortificazione delle Terre Arnolfe.

Il toponimo deriva dal latino confinum – linea di confine e avamposto tra il XIII e il XVI sec. del Comune di Todi di cui si conserva lo stemma all’interno dell’attuale borgo.

Il castello passò poi alla Famiglia Orsini che che edificò quelle fortificazioni di cui restano oggi le due piccole rocche.

CONFIGNI: BELVEDERE DELL’UMBRIA

“Vero e proprio belvedere del Comune di Acquasparta, sia per la sua splendida posizione dominante che per la sua vicinanza al Capoluogo” (Regio Commissario Cav. R. Martucci 1920).

Infatti la “strada vecchia di Configni” collega rapidamente il borgo ad Acquasparta e al Parco delle Terme dell’Amerino, e dal belvedere è possibile ammirare e addentrarsi nel dolce paesaggio collinare che si apre sui vicini borghi di Rosaro, Casigliano, Selvarelle, sulla Valle del Naia e ben oltre fino a Todi, ai Monti Amerini e al Monte Peglia.

Configni, con i suoi stretti vicoli d’estate riempiti dalle chiacchiere di quelle nonne che, se possono, ti offrono una fregnaccia o un bocconcello e un bicchiere di vino è di certo uno dei piccoli e autentici borghi da vedere in Umbria.

L’OSTERIA E IL POETA

Il poeta ternano Alighiero Maurizi (1930-2011), assiduo frequentatore della conviviale “Osteria di Configni”, ora chiusa, ha dipinto in una poesia un caloroso ritratto di Configni e delle sue genti ancora vivido e vero.

“Configni? Un sito sperzu fra menzu a la campagna.
tra le colline verdi e le galline,
la chiesetta e attorno un panorama che pare un quadro fattu pe’ sognà.
Lu sole a primavera se rispecchia su un ruscello che chiacchiera
e canticchia. e stertica l’erbetta e pe’ ‘na ‘nticchia de celu azzurru
sempre a curre stà.
Li bardasci tenennose pe’ mano pitturano li fiuri su li scoji
E come li cillitti fra li rame
Se danno l’imbeccata… pe’ volà!
In autunno se opre la Taverna,
ma pare che se jami “Lu Tendone”
poli magnacce e facce colazione
comunque facci è ‘n gran bellu sciallà!
Ma la cosa migliore è testa ggende
che è semprice, ggentile, un po’ alla bbona
cor core grossu come nà cappanna
e tanta voja de potè campà
in pace co’ se stessi e co’ lu monnu
pe’ avecce sempre da potè donà

(Alighiero Maurizi – Configni 30/09/1984)

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San Giovanni de Butris

San Giovanni de Butris

Secondo una antica denominazione, la chiesa era detta di S. Giovanni de Buttis (Rationes Decimarum) nome forse derivante dai due archi (buttis) costituenti il ponte romano sul quale, intorno al XV secolo, fu costruita questa Chiesa dedicata a S. Giovanni Battista ed era di proprietà dell’Ordine Ospedaliero dei Cavalieri di Malta. Il percorso del fiume fu ben presto deviato per salvaguardare la chiesa e l’abitazione del Commendatore dalle frequenti inondazioni che interessavano, assai di frequente, l’intera valle del Naia.

Faceva parte, fino all’unità d’Italia, del ricco patrimonio dei “ beni spettanti alla Commenda di S. Giovanni di Eudes per la Sacra Religione Gerosolimitana”.
Da allora questa chiesa è rimasta nell’abbandono totale, devastata dall’usura del tempo e dall’incuria e dai furti degli uomini.
Essa è descritta nel 1726, negli “Inventari 18”, conservato presso l’Archivio della Curia Vescovile di Todi, con queste parole :
“ La chiesa di S. Giovanni battista di Eudes è posta, situata sulla strada Flaminia, nel territorio di Acquasparta sopra due archi di pietra fortissimi che formano un ponte. Ha due porte. La principale è verso tramontana, sopra la quale è una pietra con la seguente iscrizione “ D.O.M.ac Divo Ioanni Baptiste patrono Ordinis Hierosolimitani”.
(Di questa lapide è ancora visibile la malta con cui era fissata sopra l’architrave).
Sopra la detta pietra vi è un tondo, ovvero occhio per illuminare la chiesa, e da un lato verso levante sopra il tetto vi è un campanile piccolo con una campana con le seguenti parole “Frater Camillus Barattus eques hierosolimitanus, A.D. MDLXXXX”. (Di questa campana, collocata sul campanile fino a qualche decennio fa, non vi sono più tracce).

L’altra porta poi più piccola è dalla parte di levante. Nella detta(chiesa) vi è un solo altare, in detto altare, cioè nel muro sono dipinte le sacre immagini, cioè in mezzo S. Maria Maddalena, dal lato Evangelio S. Giovanni Battista e sopra l’Annunziata, dall’altro lato dell’epistola S. Francesco, e sopra l’Angelo Gabriele; vi è anche in detto lato dell’epistola la seguente iscrizione “Nicolao Ioanne, Matteo, Comite ductore et Procuratore et in piede alle dette pitture vi è questa iscritione, cioè Laurentius Ventura patritius Senensis Eques Hierosolimitanus aere proprio 1602”, da un lato e l’altro vi sono parimente dipinte due arme, dove sopra sono due rose, in mezzo una sbarra e sotto una altra rosa, sopra la croce di Malta. Sopra poi al detto altare appeso nel muro vicino all’immagine di S. Maria Maddalena sta un crocifisso vecchissimo di legno di grande veneratione, sopra la croce su la quale vi è un sciugatore”.

Il crocifisso “antichissimo” (inizio XIV sec.) è di scuola Umbra e antecedente l’attuale chiesa ed era assai venerato. Fu trasportato nel 1888, accompagnato da una folla immensa di acquaspartani, nella Chiesa di S. Francesco e collocato sull’altare di destra entrando. Lo stesso trovasi ora nella Chiesa di S. Cecilia.

La Chiesa di S. Giovanni di Budes, di stile romanico, è una delle tante presenti nel territorio che si affaccia sulla Flaminia da Carsulae a Massa Martana. Vogliamo ricordare le più vicine come S. Maria Assunta in Quadrelli, S. Bartolomeo in Casteltodino, S. Lucia sempre nel territorio di Acquasparta ad est della Flaminia, l’abbazia di Villa S. Faustino, S. Maria in Pantano e SS. Terenzio e Fidenzio nel Comune di Massa Martana.
Questo edificio sacro cristiano costruito su di un ponte di una strada consolare romana di oltre duecento anni antecedente l’era cristiana, ci sta a ricordare il faticoso e fertile connubio, faticosamente realizzatosi tra cristianesimo e paganesimo, tra mondo latino – cristiano e mondo germanico .
In fondo, in questa “unità”, ritroviamo l’identità culturale di queste terre il cui humus è latino e cristiano maturato nel crogiolo prodotto con l’impatto con le diverse etnie barbariche.

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Le fonti dell’Amerino

Le fonti dell’Amerino

Acquasparta, il piccolo borgo rinascimentale, nel cuore della verde Umbria, come suggerito dal toponimo del suo nome, è una città ricca di sorgenti d’acqua.

Solo nel territorio del comune del paese, si contano cinque sorgenti, due delle quali sono note anche come “le acque di San Francesco” poichè pare che il poverello d’Assisi, passando per queste zone, benedisse e rese curative le proprietà delle acque che sgorgavano dalle rispettive sorgenti.

Nel corso degli anni, specialmente ad Acquasparta e Furapane, attorno alle sorgenti sono andati a costruirsi due impianti termali che negli anni 60-70 e 80 hanno reso la cittadina di Acquasparta una meta termale famosa in tutta Italia.

In particolare, le terme dell’Amerino, erano organizzate per ospitare i numerosi turisti che venivano nel territorio a curarsi grazie alle proprietà curative dell’Acqua sorgiva.

Nel corso degli anni, il mito termale è andato scemando e rimane oggi un parco naturale oggi chiuso a causa dei danni causati dal terremoto del 2016.

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Via Stelluti

Via Stelluti

Nato nel 1677, Francesco Stelluti fu uno dei quattro fondatori dell’Accademia dei Lincei, insieme a Federico Cesi, Joannes Van Heek e Anastasio de Filiis. Caro amico di Federico Cesi, sono a lui indirizzate alcune delle lettere più significative inserite nel “Carteggio Linceo” del Gabrieli.
In occasione delle seconde nozze del Principe Linceo, Stelluti compose l’opera “Il Pegaso – componimento dedicato a Federico Cesi ed Isabella Salviati” nel 1617.

All’interno dell’accademia, aveva il ruolo di Consigliere Maggiore, poi Procuratore Generale e infine Amministratore, oltre ad insegnare matematica e astronomia.
Ogni accademico aveva scelto per se un appellativo, da usare all’interno del sodalizio e lo Stelluti scelse “Tardigradus” nomignolo che di certo rispecchiava la sua indole tranquilla e prudente. L’astro protettore era invece Saturno che, in astrologia, è considerato il tutore della capacità riflessiva e il suo motto era, invece “Quo serius eo citius” (il più lento, è il più veloce) sottolineando la sua convinzione secondo la quale è solo attraverso un’attenta e ragionata riflessione che si arriva alla Sapienza.

Nel 1604 si impegna nella scrittura del saggio “Loicae Physicae et Metaphysicae brevissimum compendium” e nello stesso anno, a causa del duro intervento di Federico Cesi I, padre di Federico il Linceo, gli Accademici sono costretti a disperdersi e lo Stelluti ritorna temporaneamente a Fabriano, per poi trasferirsi a Parma presso la corte dei Farnese.
L’anno successivo viene raggiunto dal Van Heek, che nei mesi precedenti era fuggito per mezza europa al fine di fuggire dall’accusa di omicidio ai danni di uno speziale e dalla quale riuscì a scagionarsi grazie all’intervento del Cesi e dello Stelluti. Durante questa breve ma intensa convivenza, lo Stelluti inizia ad interessarsi a quello che oggi chiamiamo “disegno scientifico” come dimostrano alcune tavole contenute nel taccuino dello stesso Van Heek.

Intorno al 1609, superato lo scontro con il padre, il Cesi riunisce nuovamente gli accademici al Palazzo dicale di Acquasparta e l’anno successivo il Duca e lo Stelluti viaggiarono fino a Napoli a visitare il nuovo Linceo, Giovan Battista Della Porta. Sempre nel 1610 cominciano i lavori per la stesura del “Tesoro Messicano”.
La leggenda vuole che, in compagnia di Federico, si recò presso l’attuale Foresta Fossile di Dunarobba per scoprire i cosiddetti “metallofiti”, scoperta che il Linceo lo incoraggiò ad approfondire e studiare e che trovò compimento nell’opera “Trattato del legno fossile minerale nuovamente scoperto” che venne pubblicato solo dopo la morte del Cesi, nel 1637.

Nel 1612, dopo la nomina a Procuratore ed Amministratore dell’intera Accademia, grazie alle sue competenze in campo legislativo, acquista casali e terreni dove condurre le sperimentazioni lincee. Assume l’incarico di provvedere a stampare le pubblicazioni dell’accademia, incarico che si rivela piuttosto complesso anche a causa dei contenuti di alcune ricerche. Sempre a lui è affidato l’incarico di provvedere all’organizzazione dell’apertura della seconda sede dell’Accademia a Napoli, presieduta da Della Porta.

Vive ad Acquasparta, nel Palazzo Ducale, dal 1618 al 1624 dove lavora a diverse pubblicazioni occupandosi, tra le altre cose, della redazione del “Tesoro Messicano” aiutando un Cesi già gravemente ammalato.
Quando, nel 1630, il Cesi viene a mancare, Francesco Stelluti scrive un’accorata lettera al Galilei, per informarlo del terribile avvenimento.

“Signor Galileo mio,
con mano tremante e con occhi pieni di lacrime vengo a dare quest’infelice nuova a V.S. della perdita fatta del nostro Signor Principe, Duca d’Acquasparta, per una febbre acuta sopra giuntagli, che hieri ce lo tolse con danno inestimabile per la repubblica litteraria per tanto belle compositioni, che tutte imperfette ha lasciato di che n’ho un dolore inestimabile…[…]”

Dopo la morte del Principe, collega e amico, lo Stelluti continua il lavoro dell’Accademia, pubblicando alcune opere e salvaguardando quelle già presenti. E’ merito suo, dunque, se vengono proseguite le ricerche scientifiche e viene impedita la dispersione dell’immenso patrimonio scientifico e letterario dell’intera Accademia.
Traferitosi di nuovo a Roma, trascorrerà gli ultimi anni della sua vita vivendo per lunghi periodi presso la famiglia Cesi che, ormai, era diventata anche la sua famiglia come dimostra il componimento del 1632 dedicato al matrimonio tra “Federico Cesi e Giulia Veronica Sforza Manzoli”.

Francesco Stelluti muore a Roma nel 1652 consegnando al mondo l’eredità di alcuni tra i più importanti trattati scientifici e biologici mai pubblicati.

Lungo Via Stelluti, in Acquasparta, è presente una delle Pizzerie più antiche del paese, la “Pizzeria Rocchi” anche rosticceria, dove gustare alcuni tra i piatti più buoni dell’intero territorio per chi non ha troppo tempo da dedicare alla sosta pranzo.
Il giorno di chiusura della Pizzeria Rocchi è il lunedì.

Acquasparta Corso dei Lincei Palazzo Cesi

Corso dei Lincei

Corso dei Lincei

Il Corso dei Lincei è il corso principale del borgo di Acquasparta, quello che accompagna alla Piazza Principale, di fronte al palazzo Ducale.
E’ così chiamato in onore dei componenti dell’omonima Accademia, fondata dal Duca Federico Cesi II, altrimenti conosciuto come “il Linceo”. I fondatori di suddetta Accademia erano quattro: Federico, promotore dell’iniziativa, Francesco Stelluti, Anastasio de Filiis e Joannes Van Heek. I quattro amici e colleghi furono i primi a fondare un’Accademia scientifica con i principi e gli scopi che caratterizzavano quella fondata nel 1603 presso il Palazzo Cesi di Roma in Via della Maschera d’Oro.

Al Corso dei Lincei vi si accede dall’attuale porta principale del paese, quella ricavata dalle mura cittadine che, in passato, vennero attaccate duramente da Altobello di Chiaravalle. Un attacco che gli costò la vita: il Chiaravalle, infatti, venne trascinato lungo il corso dalla folla inferocita e immolato nella piazza principale dove la Sparviera, gli cavò il cuore dal petto.

Lungo il Corso dei Lincei è possibile incontrare alcuni negozi, tra i quali un bar e gli accessi laterali ai giardini di Palazzo Cesi.
Il primo, appena dopo il bar, era usato negli anni ‘60 come giardino dai cittadini in vi era allestita una pista da ballo nota come “Amerinetta”. Nel corso dei decenni venne utilizzata anche come cinema all’aperto, il cui sfondo era niente meno che il maestoso loggiato di Palazzo Cesi.

Poco più avanti vi è il portone d’ingresso al Palazzo in cui visse il pittore Carlo Quaglia le cui collezioni sono state esposte, tra gli altri eventi, anche alla Biennale di Venezia.
Quasi dirimpetto all’abitazione del Quaglia, vi è l’ingresso laterale di Palazzo Cesi, quello dove presumibilmente vi entravano con i cavalli e le carrozze che poi accedevano ai sotterranei e quindi alle scuderie.

Il corso si apre su Piazza Federico Cesi e prosegue in Corso Umberto I, che accompagna fino alla Basilica di Santa Cecilia e alla sede del Comune di Acquasparta.