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Via Stelluti

Nato nel 1677, Francesco Stelluti fu uno dei quattro fondatori dell’Accademia dei Lincei, insieme a Federico Cesi, Joannes Van Heek e Anastasio de Filiis. Caro amico di Federico Cesi, sono a lui indirizzate alcune delle lettere più significative inserite nel “Carteggio Linceo” del Gabrieli.
In occasione delle seconde nozze del Principe Linceo, Stelluti compose l’opera “Il Pegaso – componimento dedicato a Federico Cesi ed Isabella Salviati” nel 1617.

All’interno dell’accademia, aveva il ruolo di Consigliere Maggiore, poi Procuratore Generale e infine Amministratore, oltre ad insegnare matematica e astronomia.
Ogni accademico aveva scelto per se un appellativo, da usare all’interno del sodalizio e lo Stelluti scelse “Tardigradus” nomignolo che di certo rispecchiava la sua indole tranquilla e prudente. L’astro protettore era invece Saturno che, in astrologia, è considerato il tutore della capacità riflessiva e il suo motto era, invece “Quo serius eo citius” (il più lento, è il più veloce) sottolineando la sua convinzione secondo la quale è solo attraverso un’attenta e ragionata riflessione che si arriva alla Sapienza.

Nel 1604 si impegna nella scrittura del saggio “Loicae Physicae et Metaphysicae brevissimum compendium” e nello stesso anno, a causa del duro intervento di Federico Cesi I, padre di Federico il Linceo, gli Accademici sono costretti a disperdersi e lo Stelluti ritorna temporaneamente a Fabriano, per poi trasferirsi a Parma presso la corte dei Farnese.
L’anno successivo viene raggiunto dal Van Heek, che nei mesi precedenti era fuggito per mezza europa al fine di fuggire dall’accusa di omicidio ai danni di uno speziale e dalla quale riuscì a scagionarsi grazie all’intervento del Cesi e dello Stelluti. Durante questa breve ma intensa convivenza, lo Stelluti inizia ad interessarsi a quello che oggi chiamiamo “disegno scientifico” come dimostrano alcune tavole contenute nel taccuino dello stesso Van Heek.

Intorno al 1609, superato lo scontro con il padre, il Cesi riunisce nuovamente gli accademici al Palazzo dicale di Acquasparta e l’anno successivo il Duca e lo Stelluti viaggiarono fino a Napoli a visitare il nuovo Linceo, Giovan Battista Della Porta. Sempre nel 1610 cominciano i lavori per la stesura del “Tesoro Messicano”.
La leggenda vuole che, in compagnia di Federico, si recò presso l’attuale Foresta Fossile di Dunarobba per scoprire i cosiddetti “metallofiti”, scoperta che il Linceo lo incoraggiò ad approfondire e studiare e che trovò compimento nell’opera “Trattato del legno fossile minerale nuovamente scoperto” che venne pubblicato solo dopo la morte del Cesi, nel 1637.

Nel 1612, dopo la nomina a Procuratore ed Amministratore dell’intera Accademia, grazie alle sue competenze in campo legislativo, acquista casali e terreni dove condurre le sperimentazioni lincee. Assume l’incarico di provvedere a stampare le pubblicazioni dell’accademia, incarico che si rivela piuttosto complesso anche a causa dei contenuti di alcune ricerche. Sempre a lui è affidato l’incarico di provvedere all’organizzazione dell’apertura della seconda sede dell’Accademia a Napoli, presieduta da Della Porta.

Vive ad Acquasparta, nel Palazzo Ducale, dal 1618 al 1624 dove lavora a diverse pubblicazioni occupandosi, tra le altre cose, della redazione del “Tesoro Messicano” aiutando un Cesi già gravemente ammalato.
Quando, nel 1630, il Cesi viene a mancare, Francesco Stelluti scrive un’accorata lettera al Galilei, per informarlo del terribile avvenimento.

“Signor Galileo mio,
con mano tremante e con occhi pieni di lacrime vengo a dare quest’infelice nuova a V.S. della perdita fatta del nostro Signor Principe, Duca d’Acquasparta, per una febbre acuta sopra giuntagli, che hieri ce lo tolse con danno inestimabile per la repubblica litteraria per tanto belle compositioni, che tutte imperfette ha lasciato di che n’ho un dolore inestimabile…[…]”

Dopo la morte del Principe, collega e amico, lo Stelluti continua il lavoro dell’Accademia, pubblicando alcune opere e salvaguardando quelle già presenti. E’ merito suo, dunque, se vengono proseguite le ricerche scientifiche e viene impedita la dispersione dell’immenso patrimonio scientifico e letterario dell’intera Accademia.
Traferitosi di nuovo a Roma, trascorrerà gli ultimi anni della sua vita vivendo per lunghi periodi presso la famiglia Cesi che, ormai, era diventata anche la sua famiglia come dimostra il componimento del 1632 dedicato al matrimonio tra “Federico Cesi e Giulia Veronica Sforza Manzoli”.

Francesco Stelluti muore a Roma nel 1652 consegnando al mondo l’eredità di alcuni tra i più importanti trattati scientifici e biologici mai pubblicati.

Lungo Via Stelluti, in Acquasparta, è presente una delle Pizzerie più antiche del paese, la “Pizzeria Rocchi” anche rosticceria, dove gustare alcuni tra i piatti più buoni dell’intero territorio per chi non ha troppo tempo da dedicare alla sosta pranzo.
Il giorno di chiusura della Pizzeria Rocchi è il lunedì.